Intervista con Elisa Zoppei – di Aldo Ridolfi

Intervista con Elisa Zoppei: la tradizione nel bene e nel male.

 

Sulla credenza, discrete, quattro o cinque copie di Lettura amore mio. Alle pareti il racconto della vita prende la forma di immagini: fotografie, quadri, disegni; e di oggetti… Lei invece, Elisa Zoppei, è seduta al lungo tavolo che sappiamo essere accogliente e generoso. Come il suo sguardo: limpido ed evocativo. Come il suo sorriso: spontaneo. Sa che mi deve raccontare qualcosa attorno alla tradizione. E corre subito, entusiasta, alla sua infanzia, senza indecisioni, senza ripensamenti, in modo irriflesso. Che è la maniera migliore per catturare le emozioni. La ragione, invece, è un’erma bifronte: tanto dà e tanto toglie. I suoi ricordi scorrono limpidi, cristallini, ma anche terragni, robusti. Hanno un profilo preciso, seguono una rotta conosciuta e frequentata.

«Nacqui in una notte di temporale al lume di una lampada a petrolio e udii subito lo scroscio della pioggia di mezza estate, violenta e fresca che si riversa ristoratrice sulla terra strinata dal solleone: era la vita nella vita e sempre la amai». Non poteva esserci inizio migliore perché ritorna e insiste quel tema, amore, che stabilisce la cifra di Elisa e di Lettura amore mio. Elisa Zoppei è insieme la pioggia che vivifica e la terra che attende. Lei sa che dobbiamo parlare di tradizione, ce lo siamo detti per telefono. «Ho mantenuto la tradizione del presepio, una stanza intera a catturare la magia di un gesto antico e indicibilmente bello; ho cucinato e cucino il riso con il sedano, una minestra regale e contadina insieme: si aggiungeva anche un po’ di salsa di pomodoro per tingerla di rosa… C’è una pausa, breve: il pensiero prende un’altra direzione. «Nel mio tempo bambino si facevano le veglie ai morti, stando attorno al letto, noi bambini insieme ai grandi. Era come se il defunto fosse ancora in grado di sentire, si parlava di lui, delle sue cose, della sua vita… Ti ricordi… ti ricordi…». «D’accordo Elisa – mi intrometto – ma noi oggi dobbiamo fornire un contributo, il tuo, attorno al concetto di tradizione…» Reagisce, decisa: «Ma questa è la mia tradizione, questo il mio patrimonio. La tradizione è in quei gesti, in quei rituali, nei cibi, nelle particolari scansioni temporali, … Ogni tentativo di astrazione tradisce quel mondo». Mi sento perdente. Se ne accorge, di sicuro: ha antenne lunghe e auricolari sensibilissimi. Viene a patti, allora, assecondando senza sforzo una natura generosa. «Certo, certo. Quella tradizione è il sostrato fondamentale, irrinunciabile della mia cultura successiva. È patrimonio genetico, guai a chi ce lo nega. E guai a chi, anche oggi, nella pur necessaria mutabilità del divenire storico e sociale, non ne tiene conto».

E infatti, stiamone certi tutti, il suo «te ricordito, te ricordito», non è stanco ripiegamento, memoria inerte, inconcludente nostalgia. A dirlo non è lei, il dubbio nemmeno la sfiora; a testimoniarlo ogni giorno, ogni ora, ogni istante è il telefono che suona, il computer che si accende, la mail che parte, il software che opera, la recensione che vola, la rete che si arricchisce dei suoi lavori. Il suo piccolo studio, a San Pietro di Lavagno, è illuminato da un’ampia porta finestra. La luce meridiana vi entra abbondante e ottimista. Come quella di Mazzantica, dove è nata, durante i meravigliosi anni Cinquanta. Meravigliosi? «Ero la maggiore di sette figli: lavavo i panni delle mie sorelline più piccole nell’acqua dei fossi, ma non è memoria che mi pesa, anzi. Mi pesano, invece, altre tradizioni, dolorose, quelle, davvero. Meno male che non ci sono più le puerpere che dovevano attendere quaranta giorni dopo il parto e sottoporsi a una particolare benedizione per riacquistare un posto in chiesa e nella società. Si faceva di mattina bonora, quasi descondon: un rito riparatore… Ma insomma, riparatore di che? C’erano condizionamenti sociali pesantissimi. L’amore coniugale era regolato da ritualità che negavano ogni spontaneità. Un amore consumato prima del matrimonio assumeva i contorni della tragedia, il biasimo sociale ricadeva sulla famiglia, la vergogna attanagliava la vita di ogni giorno…». A costo di guadagnarmi antipatia (ma con Elisa è impossibile) insisto: «Ma la tradizione, come concetto antropologico…».

Elisa è laureata, all’università è stata docente e si è occupata di tecniche di lettura. Capisce la mia esigenza. Ritiene che i riti e i valori della tradizione debbano essere mantenuti vivi, tramandati con ogni possibile iniziativa, non solo editoriale. Oggi anche appoggiandosi alla rete. Ma la sua fede più profonda, il suo impegno più entusiasta e anche la sua intuizione più efficace è che «tutto ciò non può fare a meno dell’oralità, perché il bisogno di comunicare passa ancora attraverso la dimensione orale, questa è per me esigenza fondamentale, indispensabile per raccontare la tradizione».

Rimane del tempo per scorrere sul monitor le bozze del numero due di “Veronesi”. Ancora non ci sono tutte le immagini, ma i testi sono lì, virtualmente in forma di pagine di rivista. C’è Alessandro Norsa che ci svela gli strani, ma a ben guardare umanissimi, “rapporti” tra i vivi e i morti nelle culture dell’Arco Alpino, vive fino ieri l’altro; c’è Giuseppe Rama che si muove nelle pagine del libro di Hans Barth e nelle vie di una Verona tramontata a cercare vecchie osterie per raccontarcele; c’è Ludovico Anderloni che affida a due giovani, Alberto e Michele, entrambi prossimi alla laurea magistrale presso lo IUAV di Venezia, una acuta e realistica valutazione del restauro di una malga in Lessinia e c’è Marta Bicego per raccontarci con rinnovata passione il sottile e magico legame tra tradizione e contemporaneità narrando di frutti e di alberi da frutto. Ci sono anche Elisa Zoppei e lo scrivente che girano attorno, e dentro, questo universo, ne escono spesso ma altrettante volte vi rientrano e lo trovano accogliente, sicuro, perfino attuale.

Usciamo, Elisa ed io, in via Cima Carega affollata di auto parcheggiate. Ci sono anche le nostre. Non fa niente: nessun frastuono potrà smorzare lo scroscio di quella pioggia di mezza estate che si riversava ristoratrice sul terreno riarso dal solleone.

Aldo Ridolfi

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